Gulag (in russo: ГУЛаг – Главное управление исправительно-трудовых лагерей], “Glavnoe upravlenie ispravitelno-trudovykh lagerej”, “Direzione principale dei campi di lavoro correttivi” – spesso scritto GULag) è stato il ramo della polizia politica dell’URSS che costituì il sistema penale dei campi di lavoro forzato. Benché questi campi fossero stati pensati per la generalità dei criminali, il sistema dei Gulag è noto soprattutto come mezzo di repressione degli oppositori politici dell’Unione Sovietica.
Terminologia
Nel corso degli anni furono coniati diversi acronimi per gli istituti di direzione[2]. Dopo l’iniziale creazione del GULag nel 1926, man mano le varie organizzazioni confluirono al suo interno sotto il controllo dell’NKVD. Dal 7 aprile 1930 i documenti ufficiali adottarono il termine ispravitel no-trudovye lagerja (ITL) che sostituì l’espressione konclager (campo di concentramento) in seguito alle minacce di boicottaggio delle merci sovietiche mosse dalla Gran Bretagna e dagli USA[3].
GULag – Glavnoe upravlenie lagerej (Direzione centrale dei lager)
GUITK – Glavnoe upravlenie ispravitel’no-trudovych kolonij (Direzione centrale delle colonie di rieducazione attraverso il lavoro)
GUITU – Glavnye upravlenija ispravitel’no-trudovych učreždenij (Direzioni Centrali degli istituti di rieducazione attraverso il lavoro)
UITU – Upravlenija ispravitel’no-trudovych učreždenij (Direzioni degli istituti di rieducazione attraverso il lavoro)
GULždS – Glavnoe upravlenie lagerej železnodorožnogo stroitel’stva (Direzione centrale dei lager per le costruzioni ferroviarie)
GUMZ – Glavnoe upravlenie mest zaključenija (Direzione centrale dei luoghi di reclusione)
GUPR – Glavnoe upravlenie prinuditel’nych rabot (Direzione centrale dei lavori forzati)
Taluni autori chiamano Gulag tutte le prigioni e i campi sparsi lungo la storia sovietica (1917 – 1991). Inoltre, l’uso moderno del termine spesso non ha correlazione con l’URSS: per esempio in espressioni come “gulag nordcoreani”, “gulag cinesi” (vedi Laogai), o “il gulag privato dell’America”. È degno di nota che l’acronimo originale russo, mai al plurale, descriveva non un singolo campo, ma l’amministrazione incaricata dell’intero sistema dei campi nel suo complesso.
In occidente, il termine Gulag era ampiamente diffuso sui giornali fin dagli anni quaranta e, in contesti più limitati, dagli anni trenta. Dagli anni venti, nei testi italiani erano usati i termini campo di concentramento o campo di lavoro forzato[4]; negli anni quaranta, per la notorietà dei campi nazisti, si è affiancato il termine tedesco Lager (col significato di “campo di concentramento”) per indicare anche i campi sovietici; negli anni settanta, la risonanza del libro Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn portò ad usare il termine Gulag per indicare i campi (invece che l’organismo amministrativo), ma nella traduzione italiana del libro i campi sono sempre chiamati Lager. Nella letteratura italiana, la traduzione del significato dell’acronimo non è unanime: in Arcipelago Gulag (1974-75-78) si trova “Direzione generale dei Lager”, mentre in Fra i deportati dell’U.R.S.S. (1939) è indicato “Direzione generale dei Campi di Concentramento”.
Un nome colloquiale per un incarcerato in un Gulag sovietico era “zeka”, “zek”. In russo, compagno (di cella), incarcerato si dice “заключённый”, zaključënnyj, di solito abbreviato in ‘з/к’, pronuncia ‘зэка’ (zèka), trasformato gradualmente in ‘зэк’ e in ‘зек’. Il termine è ancora usato colloquialmente senza alcuna connessione coi campi di lavoro. ‘з/к’ era in principio un acronimo che stava per “заключённый каналостроитель”, “zaključënnyj kanalostroitel'” (scavatore di canali incarcerato), traendo origine dalla forza lavoro schiava del canale Volga-Don. Quindi il termine passò a indicare, come acrostico, semplicemente “zaključënnyj”.
Varietà
Miniera di Butugycheg
In aggiunta alla categoria più comune di campi che praticava lavoro fisico pesante e vari tipi di detenzione, esistevano anche altre forme.
Un tipo singolare di Gulag detti šaraška (шарашка, luogo d’ozio) erano in realtà laboratori di ricerca dove gli scienziati arrestati, alcuni dei quali eminenti, venivano riuniti e sviluppavano in segreto nuove tecnologie e ricerche di base. In una šaraška, dove aveva scontato alcuni anni di prigionia, Solženicyn ha ambientato il romanzo Il primo cerchio.
Psichuška (психушка, manicomio), trattamento medico forzato mediante imprigionamento psichiatrico, utilizzato, al posto del campo di lavoro, al fine di isolare ed esaurire psichicamente i prigionieri politici. Questa pratica divenne comunissima dopo lo smantellamento ufficiale del sistema dei Gulag. Vedi Vladimir Bukovsky, Petro Grygorenko.
Campi o zone speciali per fanciulli (nel gergo dei Gulag: “малолетки”, maloletki, minorenni), per disabili (a Spassk), e per madri con neonati (“мамки”, mamki). Queste categorie erano considerate improduttive e spesso soggette a molti abusi.
Campi per “mogli di traditori della Patria” (esisteva una categoria particolare di repressi: “Membri familiari dei traditori della Patria” (ЧСИР, член семьи изменника Родины).
Sotto la supervisione di Lavrentij Beria, a capo tanto della NKVD (precursore del KGB) che del programma sovietico per la bomba atomica fino alla sua destituzione nel 1953, migliaia di zek furono usati per estrarre minerale di uranio e preparare attrezzature per i test di Novaja Zemlja, nell’isola di Vajgac, a Semipalatinsk, tra gli altri luoghi. Esistono documenti sull’uso di prigionieri dei Gulag nei primi test nucleari (il primo fu condotto a Semipaltinsk nel 1949), per decontaminare aree radioattive e sottomarini nucleari.
Avraham Shifrin (The First Guidebook to Prisons and Concentration Camps of the Soviet Union, 1982) definisce come “campi di sterminio” 43 campi dell’Unione Sovietica nei quali i prigionieri furono “forzati a lavorare in condizioni pericolose e insane responsabili di una morte certa”. L’autore identifica tre tipi di campi: 1) campi dai quali nessuno uscì vivo (miniere di uranio e impianti di arricchimento); 2) campi di lavoro pericoloso per l’industria bellica (impianti nucleari ad alto rischio); 3) campi di lavoro pericoloso, responsabile di disabilità e malattie fatali (impianti senza ventilazione)
Mappa dei campi di lavoro forzato
Storia
Nati durante il periodo degli zar e probabilmente fondati da Pietro il Grande, erano usati come campi per i detenuti politici anti zaristi e personaggi scomodi. Dopo la rivoluzione bolscevica avvenne la liberazione di tutti i prigionieri, ma nel 1917 Lenin annunciò che tutti i “nemici di classe”, anche in assenza di prove di alcun crimine contro lo Stato, non potevano essere fidati e non dovevano essere trattati meglio dei criminali[5]. Dal 1918, vennero ristrutturate le attrezzature di detenzione in campi, quali ampliamento e riassetto dei precedenti campi di lavoro katorga, realizzati in Siberia come parte del sistema penale della Russia imperiale. I due tipi principali erano i Campi speciali Vechecka (особые лагеря ВЧК) e i campi di lavoro forzato (лагеря принудительных работ). Questi venivano eretti per varie categorie di persone considerate pericolose per lo stato: criminali comuni, prigionieri della Guerra civile russa, funzionari accusati di sabotaggio e malversazione, nemici politici vari e dissidenti, nonché ex nobili, imprenditori e grandi proprietari terrieri.
Come istituzione totalmente sovietica, il Gulag (al singolare, inteso come amministrazione generale) fu ufficialmente fondato il 25 aprile 1930, con la sigla di “Ulag”, in virtù dell’ordinanza 130/63 dell’OGPU, ai sensi dell’ordinanza 22, p. 48, del Sovnarkom, in data 7 aprile 1930, e fu rinominato con la sigla Gulag in novembre. I Gulag crebbero rapidamente. Progetti falliti, cattivi raccolti, incidenti, sottoproduzione, pianificazione insufficiente, vennero ordinariamente attribuiti a corruzione e sabotaggio, e presunti ladri e sabotatori su cui scaricare la colpa furono trovati in massa. Contemporaneamente, il bisogno di risorse naturali in rapido incremento e le esigenze di un programma accelerato di industrializzazione alimentarono la domanda di lavoro a basso costo. Si diffusero denunce, arresti a quota, esecuzioni sommarie e attività di polizia segreta. Le opportunità più ampie per una facile, talora automatica, condanna dei “criminali” venne fornita dall’articolo 58 del codice penale della Repubblica Federale Socialista Sovietica di Russia.
Durante la seconda guerra mondiale la popolazione dei Gulag diminuì significativamente, a causa della “liberazione” di massa di centinaia di migliaia di prigionieri che furono arruolati e inviati direttamente sulle linee del fronte, ma soprattutto a causa di una vertiginosa crescita della mortalità nel 1942-43. Dopo la guerra, il numero di internati nei campi di prigionia e nelle colonie crebbe di nuovo rapidamente e raggiunse il numero di circa due milioni e mezzo di persone all’inizio degli anni cinquanta. Sebbene alcuni di questi fossero disertori e criminali, c’erano anche prigionieri di guerra russi rimpatriati e “lavoratori dell’Est”, tutti universalmente accusati di tradimento e “cooperazione col nemico” (formalmente, lavoravano davvero per i paesi occupanti dell’Asse). Vi furono spediti anche un ampio numero di civili dei territori russi caduti sotto occupazione straniera, come pure dai territori annessi all’Unione Sovietica dopo la guerra. Non fu raro per i sopravvissuti ai Lager nazisti essere trasportati direttamente ai Gulag sovietici.
Nel secondo dopoguerra una significativa parte dei reclusi fu costituita da tedeschi, finlandesi, careliani, ebrei, romeni, estoni, lettoni, lituani e altri prigionieri di guerra appartenenti a paesi occupati dall’Armata Rossa.[6]
Lo stato continuò a mantenere i Gulag per un certo periodo dopo la morte di Stalin nel marzo del 1953. Il successivo programma di amnistia fu limitato a coloro che dovevano trascorrere al massimo cinque anni, pertanto, furono liberati soprattutto i condannati per reati comuni. Il rilascio dei prigionieri politici iniziò nel 1954 e si diffuse e si accompagnò a riabilitazioni di massa dopo che Nikita Khruščёv sconfessò lo stalinismo nel suo “discorso segreto” al XX Congresso del PCUS, nel febbraio del 1956.
Ufficialmente i Gulag furono soppressi dall’ordinanza numero 20 del 25 gennaio 1960 del ministero degli Interni sovietico (all’interno del quale operava la polizia segreta), e lo stesso ministero fu a sua volta ufficialmente soppresso dall’ordinanza 44-16 del Presidio del Consiglio Supremo dell’Urss, per risorgere col nome di KGB.
Numero di prigionieri
L’evoluzione del numero dei detenuti nel Gulag (1930-1953)
Il numero di prigionieri crebbe abbastanza gradualmente dal 1930 (176.000) al 1934 (510.307), quando crebbe più rapidamente fino all’impennata del 1938 legata alle purghe (1.881.570), per poi diminuire durante la seconda guerra mondiale a causa dei reclutamenti nell’esercito (1.179.819 nel 1944). Nel 1945 tornò a crescere fino al 1950, raggiungendo il valore massimo (circa 2.500.000) che rimase pressappoco costante fino al 1953.
Numero di prigionieri dai documenti dell’NKVD e dell’MGB[7]
1930
179.000
1936
1.296.494
1942
1.777.043
1948
2.199.535
1931
212.000
1937
1.196.369
1943
1.484.182
1949
2.356.685
1932
268.700
1938
1.881.570
1944
1.179.819
1950
2.561.351
1933
334.300
1939
1.672.438
1945
1.460.677
1951
2.525.146
1934
510.307
1940
1.659.992
1946
1.703.095
1952
2.504.514
1935
965.742
1941
1.929.729
1947
1.721.543
1953
2.468.524
I flussi di entrata e di uscita dai campi erano molto consistenti; il numero complessivo di detenuti fra il 1929 e il 1953 è di circa 18 milioni. Nell’ambito più ampio dei “lavori forzati”, si devono aggiungere circa 4 milioni di prigionieri di guerra, 700.000 detenuti nei campi di smistamento ed almeno 6 milioni di “confinati speciali”, cioè Kulaki e altri contadini deportati durante la collettivizzazione, per un totale di 28.700.000[8].
Il numero di morti è ancora oggetto di indagine: una cifra provvisoria è 2.749.163[9]. Tale cifra non tiene conto delle esecuzioni comunque legate al sistema giudiziario (le sole esecuzioni per motivi politici sono 786.098), dei circa 600.000 Kulaki morti durante la collettivizzazione, né dei decessi successivi al periodo di detenzione ascrivibili alle dure condizioni di vita[10].
Secondo Nicolas Werh, storico francese del Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, nel libro Storia della Russia nel Novecento alle pagine 318-9 si legge testualmente: «Le stime del numero di detenuti nel Gulag alla fine degli anni trenta variano tra i 3.000.000 (Timasheff, Bergson, Wheatcroft) e i 9-10.000.000 (Dallin, Conquest, Avtorkhanov, Rosefielde, Solzenicyn). Gli archivi del Gulag, confermati dai dati dei censimenti del 1937 e del 1939, dai documenti dei ministeri della Giustizia, dell’Interno e della Procura generale, danno una cifra di circa 2.000.000 di detenuti nel 1940 (circa 300.000 nel 1932, 1.200.000 all’inizio del 1937) a cui si aggiungono più di 1.500.000 deportati. Il numero cumulativo di ingressi nel Gulag durante gli anni 1930 diventa, tenuto conto dell’alta rotazione dei detenuti, di circa 6.000.000 di persone». Sempre nello stesso libro a pagina 416 si legge: «Come testimoniano gli archivi del Gulag, recentemente riesumati, gli anni 1945-53 conobbero un forte aumento del numero dei detenuti nei campi di prigionia e nelle colonie di lavoro del Gulag (passarono da 1.200.000 a 2.500.000 tra il 1944 e il 1953) e del numero di “deportati speciali” (1.700.000 nel 1943; 2.700.000 nel 1953).
Condizioni di vita
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Prigionieri dei Gulag mentre lavorano alla costruzione del Belomorkanal (1931-1933)
Le assurde quote di produzione, la brutalità, la fame e la durezza di condizioni furono le principali ragioni dell’alto tasso di mortalità dei Gulag, che raggiungeva in molti campi anche l’80% nei primi mesi.
Il taglio e trasporto del legname e il lavoro in miniera erano le attività più comuni e più dure. In una miniera, la quota di produzione pro capite poteva raggiungere i tredicimila chili di minerale al giorno. Mancare la quota significava ricevere minori razioni di sostentamento, un ciclo che di solito causava conseguenze fatali, passando attraverso una condizione di spossatezza e devitalizzazione, soprannominata “dohodyaga” (доходяга), traducibile approssimativamente con “spacciato”.
I detenuti erano spesso costretti a lavorare in condizioni disumane. A dispetto del clima brutale, non erano mai adeguatamente vestiti, nutriti, trattati medicalmente in modo appena sufficiente, né veniva loro fornito alcun mezzo per combattere l’avitaminosi che conduceva a malattie come lo scorbuto o sindromi quali la cecità notturna, detta anche cecità del pollo. Il valore nutrizionale di una razione minima giornaliera era intorno alle 1.200 calorie (5000 kilojoule), principalmente da pane di bassa qualità (distribuito in base al peso e chiamato “пайка”, paika). Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità la necessità minima per un lavoratore pesante è compresa tra le 3.100-3.900 calorie (da 13.000 a 16.300 kJ) giornaliere.
Le condizioni di lavoro erano talmente insopportabili che alcuni prigionieri si provocavano volontariamente gravi lesioni o addirittura amputazioni pur di restare a riposo per un certo periodo.
Gli amministratori rubavano ordinariamente dagli accantonamenti per guadagno personale e ottenere favori dai superiori. Di conseguenza, i reclusi erano costretti a lavorare ancora più duramente per colmare la differenza. Gli amministratori ed i fidati (prigionieri assegnati a svolgere i lavori di servizio del campo stesso, quali cuochi, fornai e magazzinieri, soprannominati “pridurki”) scremavano i medicinali, i tessuti e i generi alimentari più nutrienti.
In alcuni campi si praticava la selezione per eliminazione: quando i prigionieri si allineavano per il turno di lavoro, all’ultimo che si presentava si sparava come monito per gli altri, oppure gli si negava la razione giornaliera di cibo.
« Per fare le camere a gas, ci mancava il gas »
(Aleksandr Isaevič Solženicyn)
Geografia
Prigionieri costruzione del Belomorkanal
I campi erano, inizialmente, ubicati in luoghi ritenuti idonei a facilitare l’isolamento dei prigionieri. I monasteri remoti erano di frequente riutilizzati come siti. Il sito nelle Isole Solovki nel Mar Bianco fu uno dei primi e più degni di menzione, ed ebbe origine subito dopo la Rivoluzione nel 1918. Il nome con cui quelle isole sono comunemente note, “Solovki”, entrò nella lingua comune come sinonimo di campo di lavoro in generale. Veniva presentato al mondo come un esempio del modo sovietico di “rieducazione del nemico di classe” e della sua reintegrazione nella società sovietica per mezzo del lavoro. In principio, i rinchiusi, la maggior parte dei quali apparteneva all’intellighenzia russa, godevano di relativa libertà (nei limiti dei confini naturali delle isole). Si pubblicavano quotidiani e periodici locali e si praticò, anche, qualche ricerca scientifica (si coltivò un giardino botanico, poi scomparso; il filosofo e mistico russo Pavel Aleksandrovič Florenskij fu uno degli scienziati maggiormente impegnati nelle ricerche sul gelo perpetuo). Ma alla fine esso fu trasformato in un Gulag ordinario; in effetti alcuni storici ritengono che Solovki fosse un prototipo dei Gulag.
Dando importanza ai Gulag come mezzo per concentrare forza lavoro a basso prezzo, si costruirono, quindi, nuovi campi in tutta la sfera d’influenza sovietica, ovunque la convenienza economica ne dettasse la costruzione (o si volesse specificamente approfittarne, come per costruire il canale Mar Bianco-Mar Baltico o la ferrovia Baikal-Amur), tenendo anche conto dei rifornimenti dalle grandi città. Parti della famosa Metropolitana di Mosca e dei campus dell’Università statale di Mosca furono costruiti da lavoratori forzati. Molti altri progetti durante la rapida industrializzazione degli anni trenta, durante la seconda guerra mondiale e dopo, furono compiuti gravando sulle spalle dei condannati, e l’attività dei Gulag si estese in ampi settori dell’industria sovietica.
La maggior parte dei Gulag era situata in aree ultraremote della Siberia nordorientale (i raggruppamenti più conosciuti erano il Sevvostlag (Campi nordorientali) lungo il fiume Kolyma e il Norillag vicino a Norilsk) e nelle zone sudorientali dell’Urss, principalmente nelle steppe del Kazakhstan (Luglag, Steplag, Peschanlag). Si trattava di vaste regioni disabitate, senza collegamenti (in effetti, la costruzione delle strade era assegnata ai detenuti dei campi specializzati in ferrovie) o fonti di sostentamento, ma ricche di minerali ed altre risorse naturali (come il legname). Comunque, campi se ne trovavano in tutta l’Unione Sovietica, compresa la parte europea della Russia, la Bielorussia, l’Ucraina. Esistevano anche numerosi campi situati all’esterno dell’URSS, in Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Mongolia, ma pur sempre sotto il controllo diretto dell’amministrazione centrale Gulag.
Non tutti i campi erano fortificati; in effetti, in Siberia alcuni erano delimitati da semplici pali. La fuga veniva scoraggiata dalla durezza degli elementi, nonché dai cani della polizia presenti in ogni Gulag. Se negli anni venti e trenta le popolazioni autoctone spesso aiutavano i fuggitivi (e talvolta rimanevano vittime di ladri), allorché vennero allettate da laute ricompense esse presero ad aiutare le autorità a catturarli. Anche alle guardie dei campi si davano severe consegne per tenere sotto controllo ad ogni costo i detenuti; se un prigioniero scappava sotto il controllo di una guardia, spesso questa veniva privata dell’uniforme e degradata a detenuto essa stessa.
In alcuni casi, interi gruppi di detenuti venivano deportati in un nuovo territorio con scorta limitata di risorse e abbandonati all’alternativa di costruire un nuovo campo o morire. Spesso, solo dopo tentativi falliti, un’ondata di ulteriori coloni riusciva a sopravvivere agli elementi.
L’area lungo il fiume Indigirka era conosciuta col nome di Gulag dentro il Gulag. Nel villaggio di Oymyakon (Оймякон) si registrò la temperatura record di −71.2 °C.
Costruzione di un ponte sul fiume Kolyma
Essendo stati in funzione per quasi quarant’anni ed avendo coinvolto molti milioni di persone, l’impatto dei Gulag sull’immaginario comune è stato enorme.
Il libro Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn, pubblicato negli anni settanta, è il lavoro più noto sull’uso del Gulag come strumento di repressione governativa su scala di massa. L’opera di Solženicyn segnò, dopo una lunga serie di testimonianze, il momento di massima denuncia del Gulag e fu seguito da poche altre[11]. Già nel 1920 fu pubblicato il primo libro (Prisoner of Trotsky’s di A. Kalpašnikov) e decine di altre testimonianze furono pubblicate negli anni venti, anche in italiano. Nel 1999 in Italia viene pubblicato da Einaudi I racconti di Kolyma di Varlam Tichonovič Šalamov, una raccolta letteraria divisa in sei sezioni, che esplora con asciutta lucidità l’atroce realtà del lager sovietico. Ne I racconti di Kolyma si ripercorre il lungo periodo di detenzione dell’autore durato circa 17 anni, dove emerge con forza il ruolo del contesto nel determinare i comportamenti più efferati e la capacità, nonostante tutto, dell’uomo di andare avanti, giorno dopo giorno, anche, paradossalmente, grazie all’obnubilazione della mente a causa dell’assoluta scarsità di cibo e alle condizioni climatiche inumane. Condizioni in grado di “sospendere” una percezione realistica di sé: «con quale facilità l’uomo può dimenticare di essere un uomo» e rinunciare alla sottile pellicola della civiltà, se posto in condizioni di vita estreme (I racconti di Kolyma, introduzione). L’opera di Šalamov (che ha richiesto all’autore circa 20 anni per la sua stesura) esplora con impressionante lucidità il rapporto tra l’uomo, la natura e il senso della vita, restituendo dei Gulag un’immagine agghiacciante, per via delle vicende vissute dai detenuti e per gli incredibili livelli di sofferenza esperiti. «Il lager è una scuola negativa per chiunque, dal primo all’ultimo giorno […] L’uomo non deve vederlo. Ma se lo vede, deve dire la verità, per quanto terribile sia. Per parte mia, ho deciso che dedicherò tutto il resto della mia vita proprio a questa verità», scrisse Šalamov a Solženicyn nei primi anni ’60.
Alla fine degli anni venti la conoscenza dell’argomento in Occidente era piuttosto diffusa in seguito alla letteratura e a numerosi articoli comparsi sulla stampa tedesca, francese, britannica e americana[12]. Descrizioni dettagliate dei primi campi delle isole Soloveckij e delle condizioni di maltrattamento e tortura dei prigionieri comparvero nel 1926 (Island hell di S. A. Mal’sagov) e nel 1927 (Un bagne in Russie rouge di Raymond Duguet). La Società britannica contro lo schiavismo indisse un’indagine sugli abusi sui prigionieri ed un senatore francese scrisse un articolo molto citato basato sulle testimonianze dei rifugiati[13]. Nel 1936 furono molto popolari i libri di Ivan Solonevic (tradotti in una decina di lingue, in italiano nel 1939[14], furono fra i primi ad introdurre in Occidente il termine Gulag), tanto che i servizi segreti sovietici assassinarono la moglie e il figlio dell’autore. Nel 1938, Luigi Barzini pubblicò L’impero del lavoro forzato (ed. Hoepli). Nel 1941, l’opera di Kajetan Klug pubblicata a Berlino (Die grosste Sklaverei der Weltgrdchichte) stimò in 15 milioni la popolazione del Gulag e, nel 1947, David J. Dallin e Boris I. Nicolaevsky descrissero la storia dettagliata dei campi in Forced labour in Soviet Russia (tradotto nel 1949 in Il lavoro forzato nella Russia sovietica, ed. Jandi Sapi), stimando la popolazione in 10 milioni.
Nella seconda metà degli anni quaranta, grande risonanza ebbero il libro Ho scelto la libertà[15] (venduto in milioni di copie in oltre dieci lingue) di Viktor Andrijovyč Kravčenko e il processo che l’autore vinse contro il settimanale del partito comunista francese Les Lettres Françaises che lo calunniò, in cui testimoniarono numerosi ex-prigionieri dei campi (fra i quali Margarete Buber Neumann); diverse testimonianze sono state raccolte dall’autore nel successivo Sto con la giustizia[16] insieme alla storia del processo. Kravčenko è morto in circostanze poco chiare, forse assassinato dal KGB[17]. Nel 1950 Isaac Don Levine pubblicò la prima mappa dei campi. David Rousset, anch’egli vincitore in un processo per diffamazione contro il suddetto settimanale, si avvalse di diversi testimoni ed ottenne l’istituzione della Commission Internationale contre le regime concentrationaire (Commissione Internazionale contro il regime concentrazionario), che nel 1951 pubblicò il risultato delle sue ricerche ne Le livre blanc sur le camps concentrationnaires sovietiques (Il libro bianco sui campi di concentramento sovietici) e svolse analoghe ricerche e pubblicazioni sui campi cinesi[18].
I Gulag sono diventati un argomento di grande influenza nel pensiero russo contemporaneo ed una parte importante del moderno folklore russo. Molte canzoni di cantautori (chiamati bardi), specialmente Alexander Galich e Vladimir Visotski descrivono la vita dei Gulag (benché nessuno dei due ne sia stato prigioniero).
Le memorie di Aleksandr Solženicyn, Varlam Šalamov, Evgenia Ginzburg, Gustaw Herling, tra gli altri, sono diventate un simbolo di sfida alla società sovietica. Gli scritti, specie quelli di Solženicyn, hanno severamente rimproverato il popolo sovietico per la sua tolleranza ed apatia nei confronti dei campi di concentramento, ma al contempo hanno fornito un testamento al coraggio e alla risolutezza di coloro che vi furono imprigionati.
Colonizzazione
Documenti di stato sovietici dimostrano che tra i fini dei Gulag c’era la colonizzazione di aree remote scarsamente popolate. A questo scopo, fu introdotta la nozione di “libero insediamento”.
Quando era trascorsa la maggior parte del termine, chi si era ben comportato poteva essere rilasciato per un “libero insediamento” (вольное поселение, “volnoye poseleniye”) esterno al campo. Costoro erano conosciuti come “liberamente insediati” (вольнопоселенцы, “volnoposelentsy”, da non confondere col termine ссыльнопоселенцы, “sslylnoposelentsy”, “insediati in esilio”). Inoltre, si raccomandava l’assegnazione al “libero insediamento” di coloro che avevano trascorso l’intero termine di carcerazione, ma ai quali era negata la libera scelta del luogo di residenza, e si assegnava loro un appezzamento di terra non distante dal luogo di confino.
Anche questo servizio fu un’eredità del sistema del katorga.
La vita dopo la scadenza della detenzione
Agli ex detenuti in un campo o in prigione era proibita una vasta gamma di occupazioni. L’occultamento di un precedente imprigionamento era un reato processabile. Gli ex detenuti politici erano un fastidio per il “Primo Dipartimento”, terminali della polizia segreta in tutte le imprese ed istituzioni, in quantoché dovevano essere tenuti sotto controllo.
Molti rilasciati non potevano stabilirsi a meno di cento chilometri dalle grandi città.
Dopo lunghi periodi di detenzione, molti avevano perduto le precedenti capacità lavorative e i contatti sociali. Pertanto, dopo la liberazione finale, molti di loro decidevano volontariamente di diventare (o restare) “liberamente insediati”. Questa decisione era influenzata anche dalla coscienza delle restrizioni che li attendevano in ogni altro posto. Allorché molti ex prigionieri liberati furono reimprigionati durante l’ondata di arresti che iniziò nel 1947, ciò accadde soprattutto a coloro che avevano scelto di ritornare nei pressi della loro vecchia residenza, più che a quelli che erano “liberamente stabiliti” nei pressi dei campi.
FONTE : Wilkipedia